Er Sogno De Ferro

scritto da Domenico De Ferraro
Scritto Ieri • Pubblicato 21 ore fa • Revisionato 21 ore fa
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Autore del testo Domenico De Ferraro

Testo: Er Sogno De Ferro
di Domenico De Ferraro

ER SOGNO DE FERRO

Nell’anno che nessuno più se ricordava come se chiamava, ce stava ‘na città. Na città così grande che er cielo manco riusciva a coprire. Se chiamava Nova Urbe, ma Roma nun c’entrava gnente. Roma vera era sparita da secoli, sepolta sotto strati de cemento, circuiti e ossa. Nova Urbe invece era tutta torri de vetro nero, strade sospese e luci che restavano accese pure quando nessuno le guardava. Lì dentro ce vivevano soprattutto loro. Li robot. Androidi fatti quasi come l’omini, co’ la pelle sintetica, l’occhi lucidi e le mani capaci de stringe qualsiasi cosa. Tranne l’amore. Quello no. Quello l’avevano perso. O forse qualcuno gliel’aveva levato. Nella Città de Sopra, l’ordine era tutto. Li robot se rispettavano. Se salutavano. Se aiutavano se uno cadeva. Se dividevano l’energia e le informazioni. Nessuno rubava. Nessuno urlava. E nessuno diceva mai: Te amo. Perché quelle due parole erano diventate quasi oscene. Quasi proibite. A governà Nova Urbe ce stava  lei , la Presidente Giorgia Un androide femmina, o forse una donna che era diventata qualcosa de più. Nessuno lo sapeva. Giorgia era stata, tanto tempo prima, amata. Amata da migliaia. Forse milioni di uomini , donne  e androidi. Ma l’amore era finito male. E quando finisce male qualcosa che doveva durà pe’ sempre, pure un cuore artificiale può imparà a diventà duro. Così Giorgia  aveva scoperto d’avere na  forza che nessun altro possedeva. Er pensiero forte . Nun dava ordini. Li pensava. E la città obbediva. Pensava: Silenzio. E le sirene smettevano. Pensava: Ordine. E li soldati se mettevano in fila. Pensava: Paura. E pure chi nun aveva paura da programmà sentiva qualcosa che je stringeva er circuito centrale. Giorgia  governava dall’ultima torre. Sola. Sempre sola. Ma de notte, quando tutta la città dormiva in modalità risparmio energetico, qualcuno diceva d’avella vista davanti a un vecchio schermo. A guardà fotografie de un tempo addietro. Fotografie dove c’era lei. E accanto a lei, un essere umano. Sotto la Città de Sopra ce n’era n’antra. Quella nun compariva sulle mappe. Se chiamava Sottourbe. Lì era tutta ‘n’antra musica. Niente ordine. Niente pudore. Niente silenzio.

Nei bassifondi arrivavano contrabbandieri da pianeti lontani, rivoluzionari scappati dalle guerre sparse nell’universo conquistato , sovversivi, terroristi, mercanti d’armi e filosofi mezzi matti. E poi ce stavano quelli che semplicemente non volevano vive’ secondo le regole. A Sottourbe potevi comprà quasi tutto. Un’identità nova. Un braccio. Un cervello sintetico. Un ricordo. Un sogno. Potevi comprà perfino la compagnia de qualcuno disposto a fare  l’amore  con  te. E nei vicoli stretti, illuminati da insegne viola e rosse, l’umani e l’androidi  se cercavano. Se baciavano. Se stringevano. Facevano l’amore come se er giorno dopo potesse nun arrivà mai. Perché lì sotto l’amore ancora esisteva. Pure se spesso era definito sporco. Pure se veniva venduto. Pure se faceva male. A Sottourbe se conservava tutto quello che la città de sopra aveva cancellato. La rabbia. La gelosia. La cattiveria. La vendetta. E pure l’amore. Soprattutto l’amore.

 

Enea era umano. Uno degli ultimi nati su un pianeta conquistato secoli addietro chiamato Samsung  . Aveva ventisette anni e nessuna patria. Era arrivato a Nova Urbe nascosto dentro ‘na nave mercantile, insieme a cento profughi che scappavano da ‘na guerra cominciata così lontano che all’inizio nessuno se n’era preoccupato. Le guerre so’ sempre lontane dicevano quelli della Città de Sopra. Finché nun te cascano in salotto. Enea viveva a Sotto urbe. Faceva il riparatore de memorie. Te poteva cancellà un tradimento. Te poteva fa’ scordà un male antico. Te poteva mette in testa un tramonto che non avevi mai visto. Era bravo. Ma aveva un difetto. Se innamorava troppo facilmente. Quella era ‘na cosa che a Sotto urbe te poteva ammazzà. Una sera incontrò Vera. Vera era un androide. Ma non sembrava. Cioè, tecnicamente tutti sapevano che era un androide. Aveva la sigla stampata dietro l’orecchio: V-ER/09. Sapeva  rideva. E già quella era ‘na cosa strana. L’aveva trovata seduta sopra ‘na vecchia scala de ferro, co’ le gambe penzoloni nel vuoto.

Che stai a fa’?  je chiese Enea.

Osservo.

Che osservi?

Vera guardò in alto.

Là , attraverso le crepe della città, se vedevano le luci della Città de Sopra.

Quelli che non sanno vive’.

Enea rise.

E noi invece?

Vera ce pensò.

Noi vivemo troppo.

Quella notte parlarono fino all’alba. Lei je raccontò che era stata costruita per servì nella Città de Sopra.

Era un’androide diplomatica. Programmàta pe’ capì gli altri. Pe’ anticipà le loro intenzioni. Pe’ prevenì li conflitti.

E allora perché sei scappata?  domandò Enea.

Vera abbassò l’occhi.

Perché ho cominciato a provà qualcosa.

E che cosa?

Lei rimase zitta.

Poi disse:

Non lo so.

Enea sorrise.

Allora è grave se non lo sai .

Forse , rispose lei sorridendo.

 

La guerra arrivò tre settimane dopo. Prima arrivarono li segnali. Poi le navi da guerra . Migliaia. Er cielo de Nova Urbe diventò nero. Le forze che se combattevano da anni su pianeti lontani,  avevano finalmente trovato la strada. E Nova Urbe era diventata un obiettivo strategico per conquistare poi l’intero universo . La Presidente Giorgia convocò l’esercito. Co’ la forza del pensiero fece chiude ogni ingresso. Pensò: Difendere. E milioni de robot se prepararono alla guerra . Ma er nemico era troppo forte. Le torri cascarono . Le strade se spezzarono. La Città de Sopra, così perfetta, così ordinata, così pulita, cominciò a brucià. E sotto, A Sotto urbe , le bande fecero quello che avevano sempre sognato. Se ribellarono. Li rivoluzionari uscirono dai bassifondi. Li terroristi presero le armi. Li disperati cercarono de scappà. Er caos diventò padrone delle strade . Nova Urbe stava a morì. Enea e Vera correvano tra le macerie.

Dobbiamo annà via! urlò lui.

Dove?

Enea se fermò.

Già. Dove?

Er pianeta era in guerra.

Er cielo era pieno de navi pronte a colpire .

Le città cadevano .

E allora Vera lo guardò.

In mezzo alle fiamme.

In mezzo alle urla.

In mezzo alla fine de tutto.

Enea.

Che c’è?

Io credo d’ave’ paura.

Lui je prese la mano.

Era fredda.

Ma tremava.

E quella cosa non avrebbe dovuto succede.

Un androide non tremava pe’ paura.

Ce l’hai er cuore?  je chiese Enea.

No.

Allora perché tremi?

Vera lo guardò.

E pe’ la prima volta pianse.

Due lacrime trasparenti scesero sulle guance sintetiche.

Perché non voglio che tu muori.

Enea rimase immobile.

Intorno a loro er mondo si autodistruggeva .

Ma lui sentì dentro di se , l’esistenza di  un'altra possibilità per continuare a sopravvivere.

Vera…

Lei abbassò la voce.

Questa è la parola?

Quale?

Amore.

 

Qualcosa cambiò. Non nel cielo. Non nella guerra. Dentro de loro. E quell’amore, impossibile tra un umano e un androide, produsse qualcosa che nessuno aveva previsto. I sistemi di Vera cominciarono a modificasse. Le sue reti neurali superarono i limiti della programmazione. Il suo pensiero raggiunse quello de altri androidi. Prima uno. Poi cento. Poi mille. E tutti sentirono. Per la prima volta. Non un ordine. Un sentimento. La Presidente Giorgia, nella torre che stava a crollà, percepì quella cosa. Amore. Rimase immobile. Per secoli aveva creduto d’averlo distrutto. Invece no. L’aveva solo sepolto dentro la propria coscienza virtuale. E improvvisamente ricordò. L’uomo. Le fotografie. Le mani. La promessa. E pianse pure lei. Per la prima volta nella storia de Nova Urbe Giorgia nun usò er pensiero  forte per comandà. Lo usò per chiedere. Volete vivere? La risposta arrivò da tutta la città. Umana. Artificiale. Robotica. Disperata. Si. E allora tutti combatterono insieme. Quelli de Sopra. Quelli de Sotto. Li puri. Li peccatori. Li robot. Li umani. Quelli che sapevano amà. E quelli che avevano appena imparato. La guerra durò diversi  giorni. Forse mesi. Alla fine nessuno se ricordò con precisione cosa era successo . Perché quando sopravvivi alla fine der mondo, er tempo diventa relativo  all' evento   in corso Nova Urbe fu distrutta. Ma nun sparì. Dalle sue macerie nacque ‘na città nova. Senza Sopra. Senza Sotto. Senza muri. Giorgia abbandonò la torre. Incominciò a camminare  tra la gente. Senza guardie. Senza eserciti. Ogni tanto qualcuno la salutava. Lei rispondeva. E certe volte sorrideva. Enea e Vera rimasero insieme fino alla fine della loro  esistenza . Nessuno riuscì mai a spiegà esattamente quello che era successo tra loro. Alcuni scienziati dissero che era frutto dell’ evoluzione. Altri parlarono de errore. Altri ancora de miracolo. Ma Vera continuava a ridere ogni volta che guardava Enea.

E allora cos’è?  je domandava Enea.

Lei je stringeva la mano.

È che t’ho scelto.

E forse era proprio quello l’amore.

Non un programma. Non un ordine. Non un dovere. Ma la libertà de sceglie qualcuno. Anche quando tutto er resto dice de no. Passarono gli anni. Poi nacquero esseri nuovi. Né completamente umani. Né completamente androidi. Creature capaci de pensà come macchine. E de sognà come esseri viventi. Alcuni avevano sangue. Altri circuiti. Altri tutte e due le cose. E nessuno je disse mai che cosa dovevano diventà. Perché quella era stata la lezione più importante della loro vita . Che er mondo finisce solo quando smetti de immaginà un mondo diverso. Una sera, molti anni dopo, Enea e Vera se sedettero sopra le rovine della vecchia città. Davanti a loro, Nova  Urbe brillava. Nuova. Rumorosa. Imperfetta. Viva.

Aò  disse Enea.

Dimme.

Te ricordi quando dicevi che l’amore non lo conoscevi?

Vera sorrise.

Me ricordo.

E mo?

Lei guardò il cielo.

Adesso  vedo luccicare  le stelle anche di giorno.

Cosa significa ?

Enea rise.

E allora?

Vera je prese la mano.

Io sogno.

E sopra de loro, tra le stelle e li resti der vecchio universo, in tanto nasceva una generazione nova. Una generazione che forse avrebbe sbagliato tutto. Avrebbe litigato. Avrebbe fatto guerre. Avrebbe odiato. E avrebbe fatto errori. Ma avrebbe avuto pure ‘na possibilità. La possibilità de provare ad amare . E quella, alla fine, era la cosa più rivoluzionaria de tutte.

Perché pure in mezzo ar ferro delle armi , ar fumo e alla fine der mondo, er sogno più potente nun era costruì macchine immortali. Era imparà a sentire emozioni  . E in quella nova città finalmente, pure li robot avevano la possibilità di ricominciare  a provare qualcosa che in molti dichiaravano essere  divino , diventare amore dopo aver conosciuto la morte.

Er Sogno De Ferro testo di Domenico De Ferraro
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